venerd́ 18 maggio 2012
S. Giovanni I, S. Felice


Dal "Corriere della sera" del 3 aprile 2005

Da Stanislao a Suor Toviana La lunga veglia dei «familiari»

Sono le persone più care, quelle che gli sono rimaste accanto fino alla fine Navarro: il pontefice aveva una vera famiglia e il Vaticano era la sua casa

«Stanislao. Andava e veniva. Come sempre». Così ha risposto Joaquin Navarro Valls, quando gli hanno chiesto chi avesse accesso alla camera del papa morente. Ed è stato Stanislao Dziwisz, il segretario, il figlio spirituale, ad accendere ieri sera la luce della camera di Giovanni Paolo II - quella d'angolo al piano più alto - e a dare indirettamente la notizia della sua morte.
Il mattino monsignor Dziwisz ha celebrato l' ultima messa del papa. La notte ne ha ascoltato l' ultimo «amen». Poi l' ha vegliato sino all' alba.
«Il papa, opportunamente sollecitato, risponde correttamente alle domande dei familiari». Così ha scritto Navarro, nell' ultimo dei tanti comunicati stilati durante il pontificato di Karol Wojtyla.

I «familiari», che hanno vegliato il papa sino all' ultimo e stanotte si sono presi cura delle sue spoglie, oltre a Stanislao sono il secondo segretario, Mietek; due italiani, il cameriere Angelo Gugel e il decano di sala Adalberto Leschiutta; e tre suore polacche, tra cui la più vicina al papa era suor Toviana.
Era Gugel, ieri, a rispondere al telefono, ai prelati che chiedevano di vedere il papa. Gugel l'autista, l' uomo di fiducia, cui il Pontefice affidava le sue cose più care, i rosari benedetti.
Suor Toviana ha avuto invece il compito di predisporre gli abiti e i paramenti, e di badare alle medicine prescritte dal medico, Renato Buzzonetti.
Mietek ha vegliato sulla casa pontificia, tenuto in ordine le carte, partecipato ai momenti più privati, le cene, concluse dai cori di antiche canzoni polacche.
Ma sino all' ultimo il familiare più stretto è stato Stanislao, che Wojtyla ha voluto prima vescovo, poi arcivescovo, quindi - secondo indiscrezioni - cardinale in pectore, cioè in segreto. Colto e nel contempo semplice, alto, robusto, 64 anni: l' uomo che ogni ora, la notte, si alzava per girare il papa nel letto, in modo da evitargli le piaghe da decubito. Un principe della Chiesa tanto affezionato e umile da assistere in ogni dettaglio un uomo da dodici anni malato e da tre giorni in agonia.
Ancora ieri Dziwisz ha badato al suo compito principale: governare il tempo e gli incontri del papa. Valutare le richieste, fare da filtro, introdurre gli ospiti. Quando Tauran e Silvestrini sono stati ammessi il mattino al letto di morte di Wojtyla, Stanislao li ha annunciati in italiano. Il papa appariva in stato di semincoscienza, e non ha reagito. Allora il suo segretario ha parlato in polacco. Wojtyla allora ha aperto gli occhi, e ha dato segno di riconoscere gli ospiti.
Navarro non ha confermato che Stanislao abbia aiutato il papa a scrivere un ultimo biglietto («Sono lieto. Siatelo anche voi. Preghiamo insieme con letizia. Alla Vergine affido tutto lietamente»). Ha lasciato capire però che è stato Stanislao a dargli notizia dei giovani che per tutta la notte hanno cantato e pregato sotto le sue finestre; segno che era proprio lui, il segretario, quella figura che verso le tre del mattino si è intravista dietro la finestra della camera del papa. E quindi, nel racconto di Navarro, è stato Stanislao a decifrare, tra suoni interrotti e frasi spezzate, quelle che possono essere considerate le ultime parole di Wojtyla, rivolte proprio a quei giovani: «Vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me e per questo vi ringrazio».

Sulle parole del papa, Dziwisz ha sempre vigilato. «Guardi che bella calligrafia ha ancora il Santo Padre», diceva nei giorni scorsi porgendo il santino natalizio ai visitatori. E' stato lui a scrivere al computer i libri del Pontefice, sino all' ultimo saggio, «Memoria e identità», che ha in appendice l'unica intervista che Dziwisz abbia mai rilasciato: il racconto dell'attentato del 13 maggio 1981, la corsa in ospedale, l' estrema unzione, la prima di una lunga serie di prove e di sofferenze che Stanislao ha sopportato insieme con il papa. Abituato a stare nell' ombra - fin da quando, giovane seminarista, fu scelto dall' arcivescovo di Cracovia come assistente personale, con la stessa precocità con cui Roncalli molto prima di divenire Giovanni XXIII aveva scelto Capovilla e Montini non ancora Paolo VI si era riconosciuto in Macchi - Stanislao aveva dovuto fare un passo avanti proprio per sostenere l'incedere malfermo del papa. Accadde nel 1993, quando il Parkinson si manifestò, il Pontefice cominciò ad avvertire il tremito, e chiese a Stanislao di restargli sempre accanto, anche in pubblico. In pubblico il segretario gli dava del lei, in privato del tu. Ma sempre lo chiamava Santo Padre, e mai si allontanava da lui senza avergli baciato la mano.
Anche in questi giorni, finché è stato cosciente, Wojtyla l'ha voluto al suo fianco. E ha sofferto quando, il mercoledì santo, Dziwisz si è ammalato di influenza, e i medici gli hanno proibito per una settimana di avvicinarsi al papa, per evitare il contagio. Testimoni autorevoli raccontano che Wojtyla si è rasserenato quando, mercoledì scorso, l' ha rivisto. E Stanislao ha insistito affinché la sua volontà - morire in Vaticano, non al Gemelli - fosse rispettata.
Lo studio del segretario è accanto a quello del papa, che a sua volta confina con la camera da letto, quella d'angolo. Normalmente il segretario dormiva in una camera al piano ammezzato. Ma l'ultima notte l'ha passata tra il capezzale del Pontefice e lo studio. Dove ora potrà restare, insieme con le suore, altri nove giorni, prima di avviarsi al suo nuovo destino, una diocesi.
Del suo papa, Stanislao è sempre stato geloso. Al punto da redarguire i giornalisti troppo insistenti, come fece nell' ottobre 2003, ai margini di un' udienza: «Badate che molte persone parecchio interessate alla salute del papa sono già in cielo da tempo!».
Tanto amore, e tanta influenza, ha alimentato anche una sorta di leggenda nera, come quelle che sorgono all' ombra di un potere autocratico e aumentano con l'indebolirsi dell'autocrate. L'uomo che, come Pier delle Vigne con Federico II, tiene «ambo le chiavi del cor» del Pontefice. Il consigliere sempre più ascoltato man mano che la salute del consigliato si indeboliva. «L' uomo ombra del papa comanda il Vaticano» scrive Time già nel maggio 2002. «L' uomo che detiene il potere nell' ombra» titola il Courrier International il mese dopo. Si addita la sua figura dietro il camerlengo di «Angeli e demoni», spregiudicata operazione editoriale di Dan Brown. Si ipotizza un patto tra Stanislao e i suoi connazionali in Vaticano, Pawel Ptasznik, responsabile della sezione polacca della Segreteria di Stato, Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l' educazione cattolica, Edward Novak, uomo-chiave delle beatificazioni, e Stanislaw Ryilko, presidente del Consiglio per i laici, uno degli ultimi a vedere il papa vivo. Si ipotizzano contrasti tra la Curia e il «gruppo dei polacchi», propensi a individuare per Wojtyla un successore giovane, non italiano, per non perdere del tutto il potere di influenza. Voci tra l' iperbole e l'assurdità, che Navarro non ha mai sentito la necessità di smentire. Come le leggende che circondano il testamento spirituale di cui Stanislao è depositario, con ogni probabilità un semplice testo devozionale.
Il portavoce del papa ha mantenuto la sua discrezione sino all' ultimo. Ha trattenuto le lacrime che gli erano sfuggite l'altro ieri. Non si è inserito tra i familiari del Pontefice, pur appartenendo alla cerchia più stretta. Non è apparso in pubblico nella notte fatale, limitandosi a informare i cronisti a lui più vicini con un sms. Ma, nelle conversazioni private, ha motivato il riferimento ai familiari spiegando che «il papa aveva una vera famiglia, che amava e lo amava di affetto purissimo, e nel Vaticano aveva davvero una casa». Stanislao, ha aggiunto, ne era il maggiordomo, nel senso etimologico di maior domus: il padrone di casa. E Wojtyla era il pater familias; appunto, il Padre. (Aldo Cazzullo)