venerd́ 18 maggio 2012
S. Giovanni I, S. Felice

Da "Vita pastorale" n.3 del 1992, pag.32

UN MODO PER RIVITALIZZARE LA PARROCCHIA

La "piccola comunità ministeriale"

Le grandi linee della "Piccola Comunità Apostolica" di Parma, nata vent'anni fa attorno al parroco, con uno Statuto che risale a dieci anni or sono. Opera nella parrocchia dello Spirito Santo e vi collaborano una trentina di persone, sei delle quali vivono in comunità.

Sull'ipotesi avanzata in "Vita pastorale" del gennaio scorso, circa una "piccola comunità ministeriale" che, anche logisticamente "stabile", coinvolgesse in maniera "forte" le presenze e mutue relazioni di tutte le componenti ecclesiali — preti e diaconi, religiosi e altre forme di consacrati, laici single e coniugati - le reazioni finora pervenute sono generalmente favorevoli, ma, insieme, perplesse.
Infatti, da una parte si riconosce che tale struttura permetterebbe un eccellente coinvolgimento "organico" delle varie componenti del popolo di Dio, cosicché — in questa sorta di laboratorio e prototipo di quella che potrebbe diventare l'insieme della comunità parrocchiale rinnovata - avremmo sia la migliore realizzazione del "personale" (e rispettive competenze), sia il plusvalore delle "mutue relazioni" (finora rare e stentate).
Le perplessità invece sono legate, oltre che al tipo di coinvolgimento "forte" sia dei religiosi eventualmente presenti sul territorio che dei laici single e in coppia, alla macchinosità delle aree e competenze, la cui descrizione troppo specialistica ha indotto un senso di frammentazione. Un evidente controsenso, rispetto alla nostra intenzione, ma imputabile proprio alla stringatezza di quanto abbozzato in "Vita pastorale" n. 1/1992. Un inconveniente dovuto al fatto di voler esporre tutta l'ipotesi in 4 cartelle; ma non è difficile correggere quei malintesi riprendendone i'esplicazione per partes. E quanto faremo sin dal prossimo numero di VP, mentre qui illustriamo le grandi linee della "piccola comunità ministeriale", organica e stabile, attraverso un esperimento concretissimo e molto simile.

Si tratta della Piccola Comunità Apostolica che, organizzata come una privata associazione di fedeli, prevista dai cann. 298-311 e 321-329, da anni funziona nella parrocchia dello Spirito Santo a Parma.
Il fine specifico della Piccola Comunità Apostolica parmense è di «formare accanto a ogni pastore una famiglia spirituale desiderosa di impegnarsi in modo stabile e permanente al servizio di Dio e dei fratelli nella comunità parrocchiale e diocesana, facendosi carico delle ansie pastorali e apostoliche in spirito di amore e fedeltà alla Chiesa, d'interesse per la parrocchia, di obbedienza alle direttive del vescovo» (Statuto, art. 3).
I membri di questa associazione, ovviamente rispondendo a una precisa chiamata dello Spirito Santo, hanno «grande stima e, in un certo senso, doverosa preferenza per la propria parrocchia», cellula viva della diocesi, cosicché la Piccola Comunità Apostolica «può diventare la famiglia spirituale del parroco e si occupa anche della sua persona e della sua casa, vivendo la diaconia mariana accanto a un apostolo del Vangelo» (art. 4).
Tale famiglia spirituale è costituita, recita l'art. 5, da «uomini e donne che fanno dono totale della propria vita a Dio e alla Chiesa e possono avere le seguenti connotazioni: a) persone con vita comune, con la pratica dei consigli evangelici e relativi voti privati di verginità, povertà e obbedienza; b) persone con vita di famiglia (es. giovani in attesa di definire lo stato di vita), con la pratica dei consigli evangelici e relative promesse; c) persone sposate (sia a coppie, sia come singoli o in stato di vedovanza), con la pratica dei consigli evangelici secondo i doveri del proprio stato che, nell'art. 24, sono così descritti: «Povertà: si richiede una vita di sobrietà, ...l'esercizio della comunione dei beni nella forma adeguata, in clima di libertà e seguendo il consiglio dei responsabili. Castità: ...specialmente del cuore, con particolare impegno per la santificazione del fidanzamento, del matrimonio (coppia e figli: 1 Cor 6,19), della vedovanza (1 Tim 5,5). Obbedienza: nel pieno rispetto dei doveri primari del proprio stato di vita».
E questo alla luce dell'art. 11 che, per tutti, ricorda di vedere la volontà di Dio «nelle direttive dei superiori: il vescovo, il consigliere spirituale, i responsabili di sezione e il parroco per quanto riguarda il rapporto con la parrocchia e la conseguente azione pastorale».
Data l'inconsueta e certamente oggi non facile vocazione cui questi christifideles — secondo i rispettivi stati di vita, ma «cospiranti (attraverso le mutue relazioni) in bonum communitatis» - sono chiamati da Dio, lo Statuto prevede un periodo di prova triennale (discepolato), «che viene intrapreso dai candidati giudicati idonei dai responsabili della formazione». E' un tempo di verifica e di preparazione alla dedizione totale «mediante la scuola di preghiera, di apostolato comunitario e un'adeguata formazione sui princìpi della dottrina cristiana e sulla spiritualità propria dell'associazione» (art. 6). Nell'ipotesi, presentata in VP di gennaio, parlavamo di "noviziato" e qui, analogamente, si precisa che al discepolato sono ammessi quanti, «compiuta la maggiore età, sono provvisti di sufficienti doti d'intelligenza e volontà necessarie alla vita sociale e comunitaria dell'associazione».
L'art. 6 si conclude trattando dell'atto di adesione esplicita e totale «mediante i voti privati dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza e l'impegno a vivere le assiduita della vita comunitaria (At 2,42)», per gli associati con vita comune e nelle distinte sezioni maschile e femminile, mentre per quelli con vita in famiglia gli opportuni adattamenti si trovano negli artt. 20-28.
La tirannia dello spazio c'impedisce di seguirne tutti i risvolti - anche per non cadere, di nuovo, nell'inconveniente già lamentato all'inizio - ma non possiamo concludere senza riprendere le grandi linee dell'infrastruttura spirituale e operativa di questa Piccola Comunità Apostolica, molto simili a quelle da noi già presentate.
A partire dalla scelta indicata nell'art. 29: «Tra i vari campi di apostolato si sceglie la parrocchia, prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale», che s'intende rivitalizzare nell'ottica del Vaticano II.
La parrocchia, infatti, «offre un luminoso esempio di apostolato comunitario, fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserendole nell'universalità della Chiesa» (Apostolicam actuositatem, n. 10b). Pertanto, il rapporto di questa piccola comunità di testimonianza e servizio con la più vasta comunità parrocchiale consiste nell' animarne le varie espressioni pastorali (catechesi, liturgia, carità) «con uno stile di fermento che susciti altri al servizio e alle opere di apostolato, senza imporre modelli né assolutizzare stili o forme particolari» (art. 30).
Quanto al rapporto col parroco, «poiché ci si sente comunità nata dal carisma del pastore per essere segno e stimolo nella comunità più vasta, si vorrebbe condividere la spiritualità propria del pastore e non avere altra gerarchla che quella della Chiesa locale: il vescovo e chi lo rende presente, cioè il sacerdote pastore» (art. 31).
È infatti alla paternità del vescovo e del parroco che i membri della piccola comunità ministeriale intendono riferirsi, alla luce di quanto ebbe a dire Giovanni Paolo II al primo convegno nazionale sulla spiritualità del prete diocesano, il 4 novembre 1980: «II celibato del pastore non ha soltanto un significato escatologico, come testimonianza del Regno futuro, ma esprime altresì il profondo legame che lo unisce ai fedeli, in quanto sono la comunità nata dal suo carisma e destinata a totalizzare tutta la capacità di amore che un sacerdote porta dentro di sé».

Infine ci ha profondamente colpito, scorrendo lo Statuto, la corrispondenza fra quanto scrivevamo in VP di gennaio e l'art. 33 riguardante la dimensione missionaria di questo laboratorio della rivitalizzazione parrocchiale complessiva.
Benché si ribadisca che l'impegno primario della piccola comunità tutta ministeriale è rivolto al servizio delle parrocchie, «favorendo il sorgere di tale vocazione all'interno delle stesse», tuttavia viene insieme coltivato «lo spirito missionario verso altre realtà ecclesiali che l'obbedienza al vescovo indicherà. Si vorrebbe infatti diventare missionari della carità pastorale, come segno e stimolo di unità tra pastori e fedeli, nella Chiesa locale e universale». Forse il sogno è troppo bello per essere vero, ma potrebbe anche darsi che la notevole affinità tra le nostre indicazioni e quelle parmensi altro non sia che il percepire entrambi l'antica massima: «Chi non spera, l'inatteso non avrà» (Eraclito).

 

Tre mesi dopo, a pag. 51 del n.6 del 1992 di "Vita pastorale", padre P.Vanzan torna sull'argomento; riportiamo qui lo stralcio finale:

se, all'interno delle quali - con l'aiuto di collaboratori specializzati -possa avvenire l'itinerario di vita, crescita e scambio fraterno intravisto, pare a noi la soluzione più adatta e praticabile. Quindi, non è l'ultimo impegno della coppia animatrice favorire la nascita di tali piccole comunità di base e farsi carico di formarne i responsabili (che potranno diventare le accennate coppie collaboratrici a pari time). Né dimentichiamo che preoccupazione ulteriore della coppia animatrice - e di quelle che la coadiuvano a pari time — sarà quella di animare un apostolato della famiglia pure oltre i confini degli appartenenti alla comunità ecclesiale (pensiamo ai cosiddetti "lontani"): sia attraverso contatti singoli o di gruppo, sia attraverso la promozione di "missioni familiari", convegni, settimane della famiglia ecc.
Quanto sopra, che è appena la punta dell'iceberg della pastorale familiare e del corrispondente ruolo delle coppie animatrici stabili (inserite a tempo pieno e con un ministero proprio nell'ipotetica "piccola comunità ministeriale permanente"), riporta il discorso sull'itinerario di formazione di tali coppie animatrici e sulla loro appartenenza in forma stabile al nucleo vitale della parrocchia. Tale itinerario formativo dev'essere quanto mai solido e rigoroso sotto i vari aspetti, nessuno escluso: psicosociologico, spirituale, teo-logico-ministeriale. Quest'ultimo aspetto, soprattutto, esige una formazione che non può essere né breve né facile (date anche le incomprensioni di non pochi sacerdoti).
L'appartenenza stabile alla "piccola comunità ministeriale", poi, sembra necessaria anzitutto per fare esperienza viva di comunità, dialogo, condivisione (anche orante); ma soprattutto perché tale ministero -di animazione e supporto alla complessiva ministerialità della famiglia - non può essere lasciato a interventi discontinui o parziali, come necessariamente sono quelli dei preti e/o religiosi. Né va sottovalutata la testimonianza (martyrio) che tale "piccola comunità ministeriale permanente" - dove convivono sia le varie forme di vita (laicali, sacerdotali e religiose) sia i diversi carismi e ministeri (celibato e sponsalità, matrimonio e sacerdozio) - può rendere come tipo o modello per una convivenza non solo ecclesiale ma anche civile insieme armonica, serena e comunionale. Si licei parva componere magnis, potremmo evocare l'icona della prima comunità redenta in cui si realizzò tale armonica comunio-nalità, di vita e ministeriale: quella di Gesù con i suoi!
In proposito, alcune esperienze di piccole comunità incontrate (da Parma a Catania ecc.) testimoniano non solo tale possibilità, ma anche la bellezza e il benefico influsso che irradiano nell'ambiente circostante. E se qualcuno mormora, pessimisticamente, «che è troppo bello per essere vero», tali esperienze sono là a testimoniare con i fatti «che è bello perché è vero»! In ogni caso, obiettivamente riconosciamo che la differenza delle citate esperienze rispetto alla proposta da noi avanzata in queste pagine consiste nel fatto che noi finalizziamo esplicitamente la vocazione della coppia animatrice - come di quelle presbiterali, dei religiosi ecc. — alla ministerialità parrocchiale d'insieme. Al cui interno, come visto, la coppia animatrice si concentra sulla ministerialità familiare, non disperdendo la sua peculiarità (e stato di vita) in campi meno specificamente propri. La tirannia dello spazio non ci permette di considerare persone e strutture per valorizzare le altre professionalità e capacità lavorative in dirczione specificamente pastorale (anche se qualcosa può essere intravisto nelle accennate piccole comunità familiari di base).
Quanto fin qui detto, comunque, permette di sottolineare il legame profondo esistente tra la comunità ecclesiale e la famiglia, coordinando meglio di quanto solitamente non si faccia il loro reciproco servizio. Ma per realizzare davvero l'auspicato circuito della comunità ecclesiale a servizio della famiglia e viceversa, il punto nodale - teorico e pratico - sembra concentrarsi decisamente sulla coppia impegnata a tempo pieno nel ministero di animazione delle altre famiglie; dalle quali senza meno, per il contagio apostolico del bene, sorgeranno altre coppie di sostegno: inizialmente a part-time, ma ben presto, inevitabilmente, a tempo pieno (e cooptandosi nella centrale dell'animazione comunitaria: la piccola comunità ministeriale permanente).
Piersandro Vanzan