luned́ 6 febbraio 2012
S. Paolo Miki e compagni

Come dicevamo nella pagina sintetica Pastorale, la Pastorale è l'azione della Chiesa e parte dalla Comunità cristiana. Cuore della Comunità è l'Eucarestia, fonte e culmine della vita cristiana.

I pilastri della Comunità cristiana li troviamo descritti negli "Atti degli apostoli" (2,42):
"Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere."
Nell'esperienza di tutti questi anni abbiamo, quindi, progettato la Pastorale cercando di vivere le assiduità indicate dalla Parola di Dio, concretizzandole in cinque punti essenziali, qui evidenziati con sfondi in cinque colori diversi:

  Il prete è chiamato da Dio ad essere un fondatore di Comunità.

Don Bruno, presente, come Presidente dei parroci cittadini, all'udienza col Papa Giovanni Paolo II il 4/11/1980, ascolta queste parole che lo "confermano" nel suo progetto...
"Solo così il Sacerdote, che accoglie la vocazione al ministero è in grado di fare di questo una scelta di amore, per cui la Chiesa e le anime diventano il suo interesse principale e, con tale spiritualità concreta, egli diventa capace di amare la Chiesa universale e quella porzione di essa, che gli è affidata, con tutto lo slancio di uno sposo verso la sposa. Un sacerdote che mancasse di un qualsiasi inserimento in una comunità ecclesiale, non potrebbe certamente presentarsi come un modello valido di vita ministeriale, essendo essa essenzialmente inserita nel contesto concreto dei rapporti interpersonaìi della comunità medesima.
In questo contesto trova il suo senso pieno lo stesso celibato. Tale scelta di vita rappresenta un segno pubblico di altissimo valore dell'amore primario e totale che il sacerdote offre alla Chiesa.
Il celibato del pastore non ha soltanto un significato escatologico, come testimonianza del Regno futuro, ma esprime altresì il profondo legame che lo unisce ai fedeli, in quanto sono la Comunità nata dal suo carisma e destinata a totalizzare tutta la capacità di amare che un sacerdote porta dentro di sé. Esso, inoltre, lo libera interiormente ed esteriormente, facendo sì che egli possa organizzare la sua vita in modo che il suo tempo, la sua casa, le sue abitudini, la sua ospitalità e le sue risorse finanziarie siano condizionate solo da quello che è lo scopo della sua vita: la creazione intorno a sé di una Comunità ecclesiale."
Queste parole sono state per Giovanni Paolo II vita vissuta: i giornali, l'indomani della sua morte (2 aprile 2005), parlavano proprio dei familiari del Papa.
  La parrocchia è innanzitutto famiglia di fratelli.

È il 1° marzo del 1964 quando Paolo VI dice:
"Questa è vera parrocchia dove tutti sono figli e fratelli; tutti si conoscono e si vogliono bene; lavorano quasi in cooperativa di mutuo soccorso spirituale, impegnati a edificare e costruire, nella santità e nella fedeltà a Cristo Signore, la sua Chiesa viva. Si vogliono bene; sanno che questo è il precetto fondamentale. Come si chiama questa forza coesiva, atta a tenere insieme il corpo parrocchiale? Lo sanno tutti: si chiama carità. È la grande legge costitutiva della Chiesa. È proprio il grande distintivo.
Sono uniti i fedeli nell'amore, nella carità di Cristo? Di certo questa è una parrocchia vitale; qui c'è la vera Chiesa, giacché è rigoglioso, allora, il fenomeno divino-umano che perpetua la presenza di Cristo fra noi. Sono i fedeli insieme, unicamente perché iscritti nel libro dell'anagrafe o sul registro dei battesimi? Sono aggregati solo perché si trovano, la domenica, ad ascoltare la Messa, senza conoscersi, facendo magari di gomito gli uni contro gli altri? Se così è, la Chiesa non risulta, in quel caso, compaginata; il cemento che di tutti deve formare la reale, organica unità, non è ancora operante.
Ricordate le parole solenni di Cristo: "vi riconosceranno veramente per miei discepoli, autentici seguaci e fedeli, se vi amerete gli uni e gli altri"; se ci sarà questo calore di affetti, di sentimenti; se vibrerà la simpatia voluta più che vissuta, creata da noi, più che spontanea, con quella larghezza di cuore e quella capacità di generare il Cristo in mezzo a noi, derivanti, appunto dal sentirci uniti in Lui e per Lui".
  La parrocchia rende presente tutta la Chiesa perché ne è la prima cellula viva; è come la fontana del villaggio a cui tutti ricorrono per la loro sete. Questa indicazione si ricava dai documenti conciliari:

"La Chiesa locale, ossia la diocesi, nella quale si realizza in pienezza la realtà della «Chiesa», normalmente si articola in parrocchie. Poiché nella sua Chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l'intero suo gregge, deve costituire gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo." (n.42 di Comunione e Comunità")

Ancora secondo il Concilio, la parrocchia è la «cellula» della diocesi, la famiglia di Dio, come fraternità animata nell'unità, o «come insieme di fratelli animati da un solo spirito», capace di «fondere insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserirle nell'universalità della Chiesa». (n.10 della Apostolicam Actuositatem)

Anche il Sinodo ha dato indicazioni chiare:
La parrocchia, "cellula" della diocesi, è in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case. Essa non è principalmente una struttura, un territorio, un edificio; è piuttosto la famiglia di Dio, come una fraternità animata dallo spirito di unità , capace di fondere insieme tutte le differenze umane inserendole nell' universalità della Chiesa.
A motivo dell'essenziale rapporto con la Chiesa particolare, la Parrocchia costituisce di fatto ancora oggi la più immediata e completa forma di comunità ecclesiale. (n.324)

Affinchè tutte le parrocchie della nostra diocesi, grandi e piccole, siano vere comunità cristiane capaci di evangelizzare, occore favorire:
il rinnovamento delle strutture parrocchiali, soprattutto promuovendo la partecipazione dei laici alle responsabilità pastorali;
il formarsi di gruppi di famiglie, dove i fedeli possano comunicarsi a vicenda la Parola di Dio e crescere nella ministerialità e nel senso di comunione (cfr.CfL,26) sia per animare le piccole comunità, sia per articolare quelle più grandi;
una collaborazione sempre più intensa all'interno delle zone pastorali. (n.325)
  Nella chiesa dedicata allo Spirito Santo è naturale mettere in luce, in modo speciale, l'amore scambievole comandato da Gesù (Gv 13,34), vivendo uniti nel suo nome (Mt 18,20).
A partire dalle direttive della Chiesa, abbiamo elaborato le linee essenziali del nostro cammino che riportiamo dal primo Notiziario del 1973. «Abbiamo un nome, siamo la Parrocchia dello Spirito Santo, e la nostra vocazione non potrà essere che questa: far onore al nostro "Santo" evidenziando la sua azione che è l'amore scambievole.
Ogni cristiano è chiamato a vivere tutto il Vangelo: ognuno però, metterà in luce maggiormente qualche aspetto essenziale. Così è delle singole persone e così è anche delle comunità: la Comunità "Corpus Domini" evidenzierà I' aspetto "Eucarestia", il "Cristo Risorto", la "Resurrezione" ecc.. Noi, Parrocchiani dello Spirito Santo, dovremo distinguerci nella pratica dell'amore scambievole.
Quindi: più famiglia tra noi, più unità, più comunione di vita, più servizio vicendevole. Facciamo che si possa dire di noi: "guarda come si amano!
Più unità, perché?

Se siamo uniti Gesù è tra noi (Mt. 18,20) e questo vale più dei nostri progetti e della nostra vita. Gesù in mezzo a noi è il vero Parroco e farà la "vera Parrocchia". Da qui l'impegno ad essere Chiesa nella sua dimensione domestica, nei piccoli gruppi dove è possibile l'esercizio della carità. Piccole comunità, aperte sempre alla comunità più grande che le suscita e le vivifica: la Parrocchia, la Diocesi e la Chiesa universale.

Da dove cominciare?
Da dove vuole Gesù:"là dove due o più anime sono unite nel mio nome, io sono presente.." (Mt. 18,20);" due o più anime fuse nel nome di Cristo...e che fanno dell' unità tra loro in Cristo il loro ideale, sono una potenza divina nel mondo... E in ogni città queste anime possono esserci, nelle famiglie, nelle Parrocchie, nelle società umane..." (Chiara Lubich). Abbiamo creduto a queste parole e cerchiamo di viverle anche oggi con chi ci sta.

  L'importante è partire con qualcuno a credere e vivere il Vangelo, partire con chi ci sta.
Comunità, parola chiave... Ma come si fa a costruire la comunità? Gesù è venuto in terra ed è morto perché "tutti siano una cosa sola". Era la sua tensione quasi lancinante, l'ha detto lui stesso; eppure non ha vissuto e parlato - si direbbe - se non per creare attorno a sé un piccolo gruppo di persone che facessero con lui l'esperienza del Regno di Dio, perché potessero poi portarla agli altri.
Ora, un parroco si sente anch'egli angosciato perché non riesce a fare della sua parrocchia una vera comunità... Ma invece di puntare troppo su mezzi e piani pastorali, non converrebbe provare anzitutto la stessa "strategia pastorale" di Gesù? A prescindere da quel che già c'è in parrocchia, non dovrebbe come prima cosa dar vita ad una cellula "trinitario" - cioè ad un gruppo anche esiguo di fedeli che vivano l'amore scambievole in unità con lui e tra loro?
È questa una priorità da considerare, a mio parere, e a cui il parroco dovrebbe dedicarsi con le sue energie migliori, coltivando quelle persone che - con Gesù tra loro - potranno essere il lievito evangelico nella sua parrocchia. E che potranno a loro volta generare altre cellule vive; come gli apostoli dopo la Pentecoste, che nel fondare le chiese non le lasciavano se non dopo aver costituito anche lì una piccola comunità viva, cioè un seme di regno di Dio sulla terra... (Gen's, n.1, Gennaio 1986)