Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.
Mi chiamo Simone e sono nato a Parma nel 1979 e, anche se mio papà non si chiama Giovanni, più di una volta mi sono sentito fortemente interpellato nella mia coscienza da queste parole.
A proposito, ricordo che un giorno ero arrivato tardi a messa e, mentre entravo nella chiesa della mia parrocchia, lo Spirito Santo, ho sentito che don Bruno, il nostro parroco, stava leggendo questo passo. Per la prima volta, nella mia vita, ho avuto la percezione che, mentre nella liturgia si legge la Parola di Dio, è Dio stesso che parla al cuore dei fedeli, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, e, in quel momento, si stava rivolgendo proprio a me. Detto questo, è evidente che la mia vocazione nasce nell’ambiente ideale e normale frequentato da un ragazzo cristiano, cioè la propria parrocchia.
Qui si è alimentata ed è cresciuta la mia risposta alla chiamata del Signore “…mi vuoi bene…?” come nemmeno io so dire e raccontare. Con questo intendo dire come la mia vocazione si innesta in quello che è il semplice cammino di una persona che cerca di seguire Gesù, che ci vuole tutti santi, cioè felici, realizzati. Come? Ognuno secondo quanto Dio, nella sua infinita bontà, ha pensato per lui.
Qui la comune vocazione alla santità si declina nella vocazione particolare di ogni persona. Così, anch’io incominciavo ad interrogarmi, come fa ogni ragazzo arrivato ad una certa età, che comporta la consapevolezza di sé, su chi ero veramente e che cosa dovevo fare nella mia vita, convinto che qualsiasi fosse stata la mia scelta, sarebbe stata impegnativa dato che “di vita ne ho una sola”, mi dicevo.
In seguito ad un incontro ed un invito fortuito, conobbi la comunità del seminario minore, ma, sinceramente, non mi piaceva più di tanto perché avevo già i miei amici in parrocchia, però accettai l’invito a partecipare ad un campo scuola con gli educatori, i seminaristi e tanti altri ragazzi come me. Non avevo la minima idea di quello che sarebbe successo dopo, ma ancora oggi benedico quel momento in seguito del quale adesso sto scrivendo queste righe. Era poco più che una settimana passata al Passo della Mendola (TN) gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio, fra paesaggi incantevoli e giornate piene di preghiera, gioco e riflessione. Durante il colloquio con l’animatore, Don Francesco, un giovane prete, chiese di me, della mia vita, di cosa facevo, di cosa pensavo e candidamente gli raccontai il mio impegno cristiano in parrocchia: la messa quotidiana, l’adorazione eucaristica quando potevo, l’amicizia col parroco, i fratelli della mia Piccola Comunità Apostolica e gli altri amici, l’impegno di catechesi, oratorio, coro, ecc… La sua reazione mi raggelò, tanto che ricordo ancora le parole. Mi disse “se le cose stanno veramente così, credo che il Signore ti chiama a diventare prete”.
Gli risposi che non sapevo se era veramente così, ma troncò subito la discussione dicendomi che il seminario minore esisteva apposta e cioè per far fare ai ragazzi delle medie e delle superiori un cammino di discernimento per scoprire quale sarebbe stata la loro vocazione. Obbiettai che non avrei mai avuto il coraggio di dirlo ai miei genitori che, all’epoca, non erano molto praticanti, dopo tutto avevo solo 14 anni, ma lui mi rassicurò dicendomi “chiedi ai tuoi genitori il permesso di entrare in seminario l’11 luglio; San Benedetto, patrono d’Europa t’aiuterà a superare l’emotività”.
Tornai a casa e feci l’indifferente per alcuni giorni, compreso l’11 luglio, tuttavia quando vidi che si avvicinava la mezzanotte, presi il coraggio a due mani, chiesi a mio papà di accompagnarmi a letto e gli dissi tutto; poi andammo dalla mamma che, come il papà, non la prese per niente bene. Conoscendo, poi, in seminario, tanti ragazzi con una storia simile alla mia e le loro famiglie, mi sono reso conto che le obiezioni sono un po’ sempre le stesse anche perché sono comunque vere …fatto sta che mi hanno cominciato a chiedere se e perché in famiglia non ci stavo bene, in che cosa avevano sbagliato, ecc.
Cercai di far capire loro che non era niente di tutto questo, ma che, molto più semplicemente, volevo verificare la mia vocazione. Tuttavia, non capendo molto le mie istanze, mi dissero che la vita era mia e me la sarei gestita da solo senza che loro sarebbero intervenuti a mettermi i bastoni fra le ruote, ma che adesso ero troppo piccolo e in seminario non mi ci avrebbero fatto andare.
Così, pur continuando di tanto in tanto ad andare in seminario per vedermi con i superiori e con i ragazzi, rimasi a casa per altri due anni; dopodiché vista la mia insistenza, mi hanno dato il permesso di andare, anche se un po’ a malincuore e così, l’8 settembre 1996 comincia la mia avventura di seminarista.
Due anni, fino all’esame di Stato (allora si chiamava ancora Maturità), poi bisognava decidere se continuare o meno: se andare in seminario maggiore per ricevere la formazione adeguata per diventare prete o prendere un’altra strada. In realtà quella decisione era già presa, perché il seminario minore è fatto apposta per orientarti in questo e in quei due anni attraverso una vita normale come fanno tutti i ragazzi (andavo a scuola all’Istituto Tecnico Commerciale Melloni), accompagnata da un serio impegno di preghiera (messa quotidiana, adorazione eucaristica e catechesi settimanale, incontri di formazione, liturgia delle ore e direzione spirituale) e di vita comunitaria (tranne la scuola facevamo tutto insieme: sveglia, preghiera, colazione, pranzo, studio, ricreazione, partite a calcio, preparazione di feste, spettacoli, cena…), incoraggiato dai miei superiori, decisi di consacrare la mia vita interamente al Signore e al servizio degli altri.
Ecco quello che fa maturare una risposta alla chiamata di Gesù: una vita normale, ma fortemente impegnata sul versante spirituale e umano in modo da raggiungere un sano equilibrio per poter discernere nelle ordinarie circostanze della vita la straordinarietà di Dio che sceglie gli uomini come collaboratori nel suo progetto d’amore.
Ed è proprio cogliendo i segni del passaggio del Signore in mezzo al suo popolo, che sta in tutto il mondo, e non solo a Parma, che, dopo un anno al Seminario Vescovile Maggiore di Parma, decisi di recarmi a fare un’esperienza missionaria trimestrale in terra di Turchia; al termine del quale, ho deciso di continuare il cammino intrapreso, entrando nel Pontificio Seminario Romano Maggiore l’11 dicembre 2000.
Nella cattedrale di Roma, città nella quale mi sto formando al presbiterato, diocesi per la quale eserciterò il mio ministero, che è anche la cattedrale del mondo intero, domenica 30 novembre 2002 il vescovo ausiliare del settore Sud, ora Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense (l’università diocesana, quindi del papa), Monsignor Rino Fisichella mi ha accolto fra i candidati a ricevere gli ordini sacri; nello stesso luogo un anno più tardi ho ricevuto il lettorato e un anno dopo ancora, il 28 novembre 2004 l’accolitato.
Così, sono arrivato fino al quinto anno e il Signore ancora mi chiede: Simone, mi ami tu?
Quanto è impegnativo rispondere a questa domanda, che non richiede tante parole, ma fatti concreti! Cercando di vincere la tentazione dello scoraggiamento, di fronte alle mie debolezze, oggi, che mi sto preparando al dono dell’ordinazione diaconale, in modo nuovo e del tutto particolare, voglio rispondere: Si, o Signore, tu lo sai che ti amo. Ci vuole coraggio e faccia tosta per dire così, ma questa forza non viene da me: è lo Spirito Santo che compie la sua opera ed io cerco di andare dove mi porta con il suo Amore.
Confido nella Grazia di Dio. Termino queste parole con la preghiera di affidamento che, al Seminario Romano, rivolgiamo a Maria al termine di ogni altra preghiera:
Mater mea, fiducia mea!
Roma, 13 maggio 2005 |
Domenica 7 maggio 2006, ore 9 in san Pietro a Roma: Simone è stato ordinato presbitero per l'imposizione delle mani del Papa Benedetto XVI. Per questa occasione abbiamo organizzato un viaggio a Roma di tre giorni. E' stata un'esperienza straordinaria ed indimenticabile, come dicono le testimonianze di alcuni partecipanti, raccolte qui di seguito. |
Ringraziamo il Signore e tutta la vostra Comunità, per averci permesso di essere presenti all'ordinazione di Simone. Veramente le opere del Signore sono grandi e in Simone si sono manifestate. Toccante il momento dell'abbraccio con il Papa, la prima messa, l'offertorio con la preghiera dei genitori (che lo hanno consegnato nelle mani sicure di Dio), le parole di ringraziamento verso la sorella e i suoi compagni di viaggio, il bacio delle sue mani in San Pietro da poco unte del Sacro Crisma, l'accoglienza della sua futura Comunità e del parroco.
Veramente il Signore, siamo certi, si servirà di questo nostro fratello, che ha scelto personalmente, e che ha dotato della Sua Luce e della Sua Gioia. Fin dal nostro primo incontro, ne abbiamo fatto esperienza.
Caro Simone, il nostro augurio è che il Signore Gesù ti faccia sempre Suo strumento, per annunciare l'Amore che hai "toccato", a tutti i poveri in spirito, assetati di Lui.
Questo Amore che gratuitamente hai ricevuto e che trabocca da te, sia sempre una fontana zampillante.
Ti vogliamo bene, grazie.
Luca e Mirella |
La gioia più grande che mi porto dentro è la felicità di don Simone e lo sguardo di Benedetto XVI.
Alessandro Fusi |
Non si può descrivere la gioia e la trepidazione, nel veder realizzare un sogno e una speranza.
Nelle mani di S.S. Benedetto XVI, quella speranza e quel sogno si sono realizzati.
La gioia di don Simone Caleffi è la gioia di noi tutti.
Angelo Di Piazza |
Simone Caleffi è diventato don Simone nella basilica di San Pietro. La celebrazione di ordinazionepresbiterale effettuata dal Papa è stata molto emozionante, ma sopratutto mi hanno emozionato leparole dei genitori alla prima Messa di don Simone, quando hanno ricordato il giorno del battesimo del figlio.
Quel giorno loro hanno portato in braccio il figlio all'altare per affidarlo a Dio, ma oggi si rivolgono a don Simone affinchè sia lui ad affidarli a Dio.
Auguro buon lavoro a don Simone perchè penso proprio che avrà tante pecorelle da affidare al Signore.
Maria Collosi |
C'è stato un momento che ha toccato profondamente me e mio figlio Alex a Roma durante l'ordinazione sacerdotale presieduta dal Papa.
Il Santo Padre si è avvicinato e ci ha abbracciato, ma è bastato il suo sguardo perchè tutto intorno a me si sia riempito di una luce e di una gioia così profonda da togliere il respiro e da lasciarmi andare ad un pianto liberatorio.
I Suoi occhi parlavano d'amore, quell'amore che GESU' cerca ogni giorno di infondere in ognuno di noi.
Questa esperienza segnerà per sempre la mia vita, ma soprattutto quella di mio figlio.
Ringraziamo il Signore per tutto questo.
Federica Razzetti ed Alex |
Non mi era mai capitato nella vita di "baciare le mani" ad un prete appena ordinato. Non ero nemmeno legata da affetto a Simone, che avevo conosciuto soltanto il giorno prima. 
Eppure, quella mattina in san Pietro, nel farlo, mi sono commossa, senza sapere bene il perché.
Ripensandoci oggi, mi pare di poter dire che c'era in me - appena al di sotto del livello della coscienza - l'eco della canzone: "è un tetto la mano di Dio, è un rifugio ...è un vestito ...è una barca ...è la pace ...è la luce ...è la gioia ...è l'amore la mano di Dio".
Che la tua mano, Simone, sia tetto, rifugio, vestito, che sia una barca fra i marosi della vita,
e luce, gioia, amore, pace - segno della mano di Dio - per ogni uomo e donna che incontrerai.
Buon cammino, Simone!
Elena Venturini |
Della ns. gita a Roma mi porterò sempre nel cuore lo sguardo raggiante di don Simone: l'ho visto felicissimo di rispondere alla chiamata del Signore! Per me era la prima volta a Roma: bellissima città, meraviglie su meraviglie, ma niente al confronto di quel grande Amore di Dio che ho percepito tutto intorno a noi ed in particolare in quel "sì" detto da Simone ma condiviso da tutta la Comunità.
GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE.
Cinzia Mori |
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Don Simone ci ha raccontato (all'inizio di questa pagina - ndr) la sua storia voca-zionale ...quando non era ancora "don"; che sentimenti ha in cuore dopo l'ordinazione presbiterale? Lo abbiamo chiesto direttamente a don Simone...
Sono le undici di sabato primo luglio. Il parroco è partito per le meritate vacanze e sono solo in parrocchia.
Ieri mattina sono stato al Vicariato di Roma (la curia diocesana) per ritirare la lettera di nomina a vicario parrocchiale, come risulta dall'intestazione della busta. Fra le altre cose, il cardinal vicario Camillo Ruini mi scrive:
...con grande gioia e gratitudine al Signore ho partecipato all'ordinazione sacerdotale tua e dialtri quattordici tuoi confratelli per la preghiera consacratoria e l'imposizione delle mani da parte del Santo Padre Benedetto XVI, nella Basilica di S. Pietro in Vaticano.
Ora sono lieto di conferirti il tuo primo incarico, nominandoti Vicario parrocchiale a S. Enrico: inizi così ad esercitare il tuo ministero di presbitero in una parrocchia romana...
Svolgerai il tuo ministero in comunione ed in pieno accordo con il Reverendo Parroco e con tutto il presbiterio parrocchiale...
Il Signore ti conceda abbondantemente il Suo Santo Spirito per un fecondo ministero pastorale e ti benedica.
Se ancora non me ne fossi accorto, sono prete. Ed è bellissimo. Interrotto più volte dalle persone che vengono per parlare, chiedere documenti, chiedere aiuto, salutarti, mi accorgo della grande responsabilità che il Signore mi ha affidato costituendomi Suo ministro. Penso di poter dire che se non è proprio come mi immaginavo quando ero seminarista, il ministero reale che sono chiamato ora ad esercitare è molto bello. Non desidero altro, anche se è difficile trovare una parola giusta per ognuno, ascoltare tutti con pazienza anche quando ti fanno perdere parecchio tempo per cose inutili e invece tu devi preparare l'incontro per i battesimi, l'omelia per la messa, andare a raggiungere i gruppi dei ragazzi che ti aspettano, ecc.
Sento una grande gioia dentro di me per il fatto che ora sono unito in modo indissolubile al Signore Gesù e al suo corpo che è la Chiesa.
Ora la mia felicità è giunta alla sua pienezza perché tutte le aspettative che avevo da seminarista, si sono concretizzate. Se prima potevo essere incerto se questa fosse stata veramente la vocazione che Dio da sempre aveva voluto per me, e se mi potesse piacere questo genere di vita, ora non ho più questa preoccupazione perché il Signore, come al solito, è stato fedele alla sua promessa.
Il momento più atteso della mia giornata, quello preparato con più cura e ciò che mi rende più felice è la celebrazione dell'eucaristia che ora sono chiamato a presiedere o concelebrare a seconda se sono da solo in quel momento o col parroco.
Sono ricolmo di una grandissima gioia quando posso predicare il vangelo, 
quando posso dire:
Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrifìcio per voi... Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza versato per voi e per tutti in remissione dei peccati.
Cerco di dilatare per tutta la lunghezza della giornata queste parole in modo che diventino vere anche per il sottoscritto, chiamato a spezzare il mio corpo, cioè a dare il mio tempo, le mie energie, le mie qualità, le mie competenze, le mie attenzioni, per le persone che mi sono affidate. Ecco perché il tempo dedicato alla preghiera è sempre il momento più prezioso e più difeso perché viene continuamente interrotto: la liturgia delle ore primariamente, e poi il rosario, la meditazione, l'adorazione, la preparazione dell'omelia con la lectio divina.
Grandissima è la gioia di poter dire ad una persona Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Penso che sia la cosa più bella per un prete, dopo la celebrazione eucaristica, dedicare il suo tempo al sacramento della riconciliazione, attraverso la quale risollevare le persone, donare loro il perdono di Dio e farle progredire nel cammino verso la santità.
Veramente bello è poter vivere nella casa parrocchiale con il parroco, i suoi famigliari e collaboratori, per vivere in comunione proprio come gli apostoli con Gesù e fra loro. Altrettanto bello è sperimentare l'affetto della gente nei tuoi confronti e vedere le tante attenzioni che ti offrono.

Cosa dire ancora? Non lo so. Una sola cosa so: è bello vivere da prete perché il Signore ti associa alla sua vita che continua oggi nel mondo proprio perché Gesù è risorto ed è sempre con noi.
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